ATTO I SCENA II
In una sala dalle pareti dipinte, siedono attorno a una tavola rotonda Flavio Costanzio Imperatore, Onoria, Flavio Basso Ercolano; da una finestra si vede Attila oltre le mura discutere con i suoi maggiorenti.
FLAVIO COSTANZO
Quale potere oramai rappresento ?
Quale volontà, o popolo, incarno ?
Clamor di spade romane non sento,
In Gallia infine combattemmo indarno.
La turba oltre le mura assedia e preme,
Di brama di ricchezza e d'oro freme,
Cos'hai Roma da dare oltre che il sangue ?
Dopo il saccheggio il tuo scrigno langue.
Galla Placidia
Di quanti affanni e lotte di potere
Siamo già stati attori e testimoni,
Per veder poi la nostra città cadere,
Abbiamo fatto stragi e matrimoni,
Per mantener lo scettro del comando,
Raccogliendo rapina di rimando,
La tua unione dev'essere spezzata,
Ercolano Basso, con Giusta Onoria,
Così soltanto sarà l'unna ira placata,
Questa soltanto or è la nostra gloria.
Progetto d'Attila è salire al trono,
Con di mia figlia in pugno la mano,
Crede potrebbe diventar sovrano;
Di questo aspetto i suoi voleri sono.
Non guarda alle leggi di discendenza,
E cerca un mezzo alla sua prepotenza.
Figlia, tu non sai quanto questa scelta
Possa aver la mia anima divelta,
Tu che rilucer facesti i miei occhi,
Che nel vederti lucean come specchi,
L'animo strugge la mia decisione,
Il cuore spezza l'atroce questione,
Ma lame brillano oltre le mura,
Sebben mai ci fu scelta più dura,
Ché aspra cosa è sceglier fra una vita
O che per molte altre sia finita;
La prima da condurre nel dolore
O le restanti muoian nel terrore,
L'una ben lontana dal proprio tetto
Di morte l'altre al padre il grave aspetto,
Le tue catene Roma salveranno,
I Romani nuovo respiro avranno.
ONORIA
Fate ch'io rimanga nella mia casa,
Non voglio ad un barbaro andare in sposa.
FLAVIO COSTANZO
Comprendo tutto il tuo risentimento,
Ma se non cederemo ai suoi voleri,
Della città non resterà che il vento,
Soffiando lamenti miseri e neri,
Tra fuochi e fiamme che si spegneranno,
Tra rovine che non risorgeranno,
Esso porterà via il nostro ricordo.
ONORIA
Qual è questo miserabile accordo,
Come Lucrezia costretta ad amore
La Città riscattò dalla superbia,
Mostrando ai suoi la volontà caparbia,
Con il pugnale spinto sino al cuore,
Così Io salverò Roma dalla guerra
Spargendo il nostro orgoglio sulla terra.
Ercolano, d'amor quali profferte
Per lungo tempo e andare tu mi offristi,
Adesso invece alle ferite inferte
Parola alcuna offri ? No, desisti,
Anche soltanto dal guardarmi in volto,
Dov'è quell'amico 'sì nobile e colto
Ch'avevo conosciuto in altro tempo ?
Oh ! Quale angoscia, quale contrattempo
Adesso t'impedisce di parlare ?
Che motti hai sentito pronunciare
Dalle bocche di chi mi ha generato
Che suoni ha dato espresso il loro fiato ?
Qual altre mi dirai ora parole
Per la Città oppur per me d'amore ?
ERCOLANO BASSO
Spezzare codesto nostro legame
E' qualcosa che m'angoscia ed opprime,
Ma pensa a quel ch'era il nostro reame,
Pensa a cosa siamo diventati infine,
Roma è morta ed è caduto Impero,
Soltanto un atto di clemenza invero
Ti vien richiesto in questa triste forma,
Ché la nuova Aquila imperiale dorma.
Tu potrai fare col tuo sacrificio,
A te soltanto è il doloroso ufficio.
ONORIA
Capisco, quegli sguardi un tempo accesi
D'affetto e amore credevo sinceri,
Oh ! Quanto li credevo onesti e veri,
In quali inganni la gioventù spesi.
Falso era tra voi qualunque argomento
Falso il pensiero, falso il sentimento,
Gli sguardi ch'ora vedo cupi e gravi,
Un tempo erano sereni e lievi.
Bene ! Sarà quel che m'avete chiesto,
E non per pietà delle vostre vite,
Ma per vergogna della vostra corte,
Io me ne vado più a lungo non resto,
Migliore di voi sarebbe la morte
Venuta per le profonde ferite
Che la lama delle vostre parole
Ha saputo infliggere al mio cuore.
[ esce Onoria ]
FLAVIO COSTANZO, ERCOLANO BASSO
Certo tu non saprai quale tristezza,
Mi appesantisce qui su questa sedia,
Quale dolore il mio animo spezza
E come un buco scava e si insedia
Dentro di me, presenza sconfortante,
E lascia dietro un segno dolorante,
Onoria, mentre imploro il tuo perdono,
Vai, e non più persona, or rècati in dono.
FLAVIO COSTANZO
Quale potere oramai rappresento ?
Quale volontà, o popolo, incarno ?
Clamor di spade romane non sento,
In Gallia infine combattemmo indarno.
La turba oltre le mura assedia e preme,
Di brama di ricchezza e d'oro freme,
Cos'hai Roma da dare oltre che il sangue ?
Dopo il saccheggio il tuo scrigno langue.
Galla Placidia
Di quanti affanni e lotte di potere
Siamo già stati attori e testimoni,
Per veder poi la nostra città cadere,
Abbiamo fatto stragi e matrimoni,
Per mantener lo scettro del comando,
Raccogliendo rapina di rimando,
La tua unione dev'essere spezzata,
Ercolano Basso, con Giusta Onoria,
Così soltanto sarà l'unna ira placata,
Questa soltanto or è la nostra gloria.
Progetto d'Attila è salire al trono,
Con di mia figlia in pugno la mano,
Crede potrebbe diventar sovrano;
Di questo aspetto i suoi voleri sono.
Non guarda alle leggi di discendenza,
E cerca un mezzo alla sua prepotenza.
Figlia, tu non sai quanto questa scelta
Possa aver la mia anima divelta,
Tu che rilucer facesti i miei occhi,
Che nel vederti lucean come specchi,
L'animo strugge la mia decisione,
Il cuore spezza l'atroce questione,
Ma lame brillano oltre le mura,
Sebben mai ci fu scelta più dura,
Ché aspra cosa è sceglier fra una vita
O che per molte altre sia finita;
La prima da condurre nel dolore
O le restanti muoian nel terrore,
L'una ben lontana dal proprio tetto
Di morte l'altre al padre il grave aspetto,
Le tue catene Roma salveranno,
I Romani nuovo respiro avranno.
ONORIA
Fate ch'io rimanga nella mia casa,
Non voglio ad un barbaro andare in sposa.
FLAVIO COSTANZO
Comprendo tutto il tuo risentimento,
Ma se non cederemo ai suoi voleri,
Della città non resterà che il vento,
Soffiando lamenti miseri e neri,
Tra fuochi e fiamme che si spegneranno,
Tra rovine che non risorgeranno,
Esso porterà via il nostro ricordo.
ONORIA
Qual è questo miserabile accordo,
Come Lucrezia costretta ad amore
La Città riscattò dalla superbia,
Mostrando ai suoi la volontà caparbia,
Con il pugnale spinto sino al cuore,
Così Io salverò Roma dalla guerra
Spargendo il nostro orgoglio sulla terra.
Ercolano, d'amor quali profferte
Per lungo tempo e andare tu mi offristi,
Adesso invece alle ferite inferte
Parola alcuna offri ? No, desisti,
Anche soltanto dal guardarmi in volto,
Dov'è quell'amico 'sì nobile e colto
Ch'avevo conosciuto in altro tempo ?
Oh ! Quale angoscia, quale contrattempo
Adesso t'impedisce di parlare ?
Che motti hai sentito pronunciare
Dalle bocche di chi mi ha generato
Che suoni ha dato espresso il loro fiato ?
Qual altre mi dirai ora parole
Per la Città oppur per me d'amore ?
ERCOLANO BASSO
Spezzare codesto nostro legame
E' qualcosa che m'angoscia ed opprime,
Ma pensa a quel ch'era il nostro reame,
Pensa a cosa siamo diventati infine,
Roma è morta ed è caduto Impero,
Soltanto un atto di clemenza invero
Ti vien richiesto in questa triste forma,
Ché la nuova Aquila imperiale dorma.
Tu potrai fare col tuo sacrificio,
A te soltanto è il doloroso ufficio.
ONORIA
Capisco, quegli sguardi un tempo accesi
D'affetto e amore credevo sinceri,
Oh ! Quanto li credevo onesti e veri,
In quali inganni la gioventù spesi.
Falso era tra voi qualunque argomento
Falso il pensiero, falso il sentimento,
Gli sguardi ch'ora vedo cupi e gravi,
Un tempo erano sereni e lievi.
Bene ! Sarà quel che m'avete chiesto,
E non per pietà delle vostre vite,
Ma per vergogna della vostra corte,
Io me ne vado più a lungo non resto,
Migliore di voi sarebbe la morte
Venuta per le profonde ferite
Che la lama delle vostre parole
Ha saputo infliggere al mio cuore.
[ esce Onoria ]
FLAVIO COSTANZO, ERCOLANO BASSO
Certo tu non saprai quale tristezza,
Mi appesantisce qui su questa sedia,
Quale dolore il mio animo spezza
E come un buco scava e si insedia
Dentro di me, presenza sconfortante,
E lascia dietro un segno dolorante,
Onoria, mentre imploro il tuo perdono,
Vai, e non più persona, or rècati in dono.

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